8 marzo – Incontro con Telefono Azzurro “Whatsapp, Instagram, Musicaly, Giochi online, Youtube … se gli dico di NO ?! …”


8 marzo 2018
18.30-20.00
Whatsapp, Instagram, Musicaly, Giochi online, Youtube … se gli dico di NO ?! …
Chiara Luongo Psicologa, referente per Telefono Azzurro
Aula Magna dell’Istituto Paolini-Cassiano, Via Ariosto angolo Via Boccaccio

Di seguito il contributo scritto da Emanuela Cenni (UCIPEM) e pubblicato su Il Nuovo Diario Messaggero del 1 marzo 2018 che anticipa e introduce i temi dell’incontro.

Quell’equilibrio a metà strada tra le regole e l’affettività

Immaginate l’educazione da trasmettere ai vostri figli come un binario ferroviario. Una rotaia rappresenta le regole, l’altra l’affettività. Se volete procedere puntando a una crescita completa dovete prenderli in considerazione entrambi. Non basta imporre regole, divieti e obblighi. E non basta neppure essere un dispensatore affettivo seriale. Regole e affettività devono andare di pari passo. Dare regole non significa ignorare i bisogni individuali legati alle specificità caratteriali e personali dei vostri figli. Significa dare contenimento e sicurezza e, soprattutto, significa trasmettere loro la capacità di tollerare le frustrazioni di fronte ai limiti. Quanto all’affettività, accogliere i loro bisogni non significa soddisfare ogni loro richiesta. Significa, invece, amarli e farli sentire amati. Compito del genitore è dunque raggiungere quel bilanciamento tra le regole e l’affettività. Per non fare mancare nulla nel difficile sentiero della genitorialità occorre viaggiare in equilibrio su questo binario. La teoria sembra semplice e chiara, ma vederla realizzata nella pratica con serenità e naturalezza è un po’ più complesso.

La prima difficoltà sta nel riuscire a conciliare la compresenza di regole e affettività con il proprio mondo interiore. Io genitore, che bambino sono stato? Cosa mi è mancato? Cosa avrei voluto? La difficoltà sta proprio nel distinguere la personale esperienza di figlio da quella del proprio figlio. Se non abbiamo ben presente questo confine, rischiamo di confondere i bisogni evolutivi ed educativi del figlio con i nostri. Se riusciamo a fare questa distinzione, pur partendo anche dalla nostra esperienza di figli, possiamo essere più consapevoli su cosa è bene per loro. E cosa è bene non significa cosa desiderano o cosa siamo in grado di dare. È il risultato di una profonda trattativa interiore che prende in considerazione i nostri valori, i bisogni educativi del figlio, il tessuto sociale di appartenenza e chi più ne ha più ne metta. Una volta chiarito dentro di noi cosa è bene per il nostro figlio, ci troviamo inevitabilmente anche a dover dire di “no”. Siamo in grado di farlo? Riusciamo a tollerare la legittima frustrazione di nostro figlio? Se siamo in grado di tollerarla, stiamo già a nostra volta insegnando a nostro figlio a tollerare le frustrazioni. È un passaggio fondamentale dal momento che, anche senza voler essere pessimisti, la vita è costellata di frustrazioni. I “no” non sono tutti uguali e può succedere che alcuni siano facili da dire e altri non lo siano. Un esempio, fra tutti, è quello del riuscire a dire quei “no” che possono minare la possibilità per il figlio di sentirsi parte del gruppo. Io genitore, riesco a tollerare la frustrazione dell’emarginazione dal gruppo? Come posso evitare di comprargli quel gioco che hanno tutti? Questa insicurezza del genitore nel dire un “no” che implica il rischio della solitudine è stato, ad esempio, la fortuna di certi videogiochi violenti. Gli altri ce l’hanno… dopo sarò l’unico a non averlo. Questa frase è spesso riuscita a sbaragliare ogni remora del genitore nell’acquisto di tali videogiochi, nonostante le numerose palesi controindicazioni.

Avete mai pensato che, chi ha comprato per primo tale gioco al figlio si è assunto l’inconsapevole responsabilità di far sentire deresponsabilizzati tutti gli altri genitori? I giochi violenti non producono violenza, questo è chiaro. Per produrre violenza occorre un ambiente violento che si esprime attraverso azioni e linguaggi violenti. Occorrono esperienze infantili negative, come abbandoni o gravi trascuratezze. Quindi, in genere, è una sequela di esperienze sfavorevoli nell’infanzia che porta poi, nell’età adulta, a una condotta violenta. Ma perché non sono comunque “buoni” i videogiochi ai quali si accennava prima? Essere sollecitati per troppo tempo da quell’intensa esperienza virtuale incentrata su aggressività, rabbia e ansia, porta i ragazzi a un carico emotivo, che però poi non ha un naturale sfogo nella realtà che li circonda. A ciò va aggiunto che essere immersi così assiduamente in certe realtà virtuali può portare i ragazzi ad avere un immaginario distorto rispetto alla realtà. Il rischio di essere desensibilizzati alla violenza non è così remoto. I bambini e i ragazzi appassionati di videogiochi violenti tendono, infatti, a mostrare un’indole più aggressiva e più insensibile alla sofferenza altrui. Nella vita di tutti i giorni, tendono a essere più litigiosi e prepotenti. Al contempo possono arrivare a sviluppare forme di insicurezza rispetto al mondo circostante. Nel mondo virtuale dei videogiochi si sentono sicuri e potenti perché armati, mentre nel mondo reale si sentono indifesi e vulnerabili. Talvolta da ciò può nascere il bisogno di portare con sé un’arma (coltellino svizzero, tira pugni…), con risultati ben immaginabili nella messa in atto di comportamenti violenti.

Ma torniamo al punto di partenza. Perché gli abbiamo comprato quel gioco? Eppure potevamo prevedere tutti questi effetti negativi. In fondo non eravamo poi così convinti che fosse la cosa giusta da fare. Abbiamo comprato quel gioco perché ci siamo preoccupati di più della frustrazione che quel “no” avrebbe provocato sul figlio, e di riflesso in noi, rispetto alle conseguenze che quel gioco implicava. In quel momento, ci siamo dimenticati del binario di cui abbiamo parlato in principio. La fatica di tollerare la frustrazione che quel “no” avrebbe provocato poteva essere controbilanciata dall’affettività. Ascoltiamo la richiesta, diciamo di “no” e poi amiamo. Amiamo con le parole, con l’esempio e con ogni comportamento che aiuti il figlio a saper capire quel “no”.

Non abbiate paura di amare abbastanza e non abbiate paura di dire di “no”. I figli hanno bisogno di questo.

Emanuela Cenni (Psicologa – Psicoterapeuta)

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