Educare nell’onlife

Le nuove tecnologie, la società dell’informazione, stanno ridisegnando la realtà sotto il profilo etico, sociale, politico e normativo. La distinzione fra online e offline si è ormai definitivamente persa in quanto siamo costantemente #onlife. È in questo nuovo contesto che si gioca l’identità dell’individuo, dalla sua determinazione al suo sviluppo passando per tutte le scelte che con la propria libertà è chiamato ad assumere. Dalla consapevolezza della profondità dei cambiamenti legati ad un uso continuo di smartphone, tablet, Internet e computer, soprattutto, ma non solo, da parte dei giovani, è nato il progetto “#Insiemenellarete – per una nuova #cittadinanzadigitale“, rivolto ai ragazzi, ai genitori e agli insegnanti per far conoscere regole, confini, pericoli ed opportunità. Molte volte in questo settore si susseguono iniziative a spot che non incidono sulla realtà. Il progetto di Imola è invece sistematico e col tempo e la corretta
comunicazione potrebbe davvero “fare cultura”. Per sistematicità, coerenza e capillarità a Imola si sta facendo
un lavoro forse unico in Italia. Come spiega Michele Martoni, docente di Informatica giuridica all’Università di Bologna, avvocato, uno degli ideatori del progetto rappresentante di Università Bologna-Cirsfid – tutto nasce da una constatazione: «Che esisteva un bisogno educativo nei ragazzi e nell’adulto educatore. Famiglie e insegnanti non erano pronti e quindi, a cascata, non erano in grado né di guidare i ragazzi né di rappresentare un buon esempio educativo. Abbiamo quindi iniziato a creare occasioni per formare, educare, sensibilizzare su queste tematiche. Con un’attenzione particolare a non ridurre tutto all’aspetto
patologico, perché il #cyberbullismo esiste, ma rispetto all’invadenza della rete rappresenta una piccolissima parte del fenomeno. Oggi il tema vero è la pervasività, l’impatto che ha sull’identità di ogni individuo, a prescindere da un atto patologico e criminale».

Quanta consapevolezza abbiamo della permeabilità che il nostro modo di essere offre ai social?

Pochissima. Soprattutto non comprendiamo la potenza di elaborazione e di calcolo, e quindi le conseguenze che si possono generare nella vita di tutti i giorni. L’adagio è: “Non pubblico niente di sbagliato, che male può fare?”. Oppure: “Se anche hanno i dati del luogo in cui mi trovo o di cosa compro che problema c’è?”.

Invece?

Manca completamente la consapevolezza del passaggio successivo, vale a dire della capacità di inferire conoscenza
che questi dati offrono. Profilare le nostre abitudini e propensioni. In un’epoca di big data e algoritmi di analisi sempre più sofisticati, da un’informazione che apparentemente non c’entra nulla si possono trarre conclusioni e decisioni su ambiti molto delicati. Ci sono App che sfruttano i dati sulle ricariche del cellulare per definire se sono o non sono un buon creditore. Alle 2 o 3 di notte posto su Facebook? Vuol dire che la notte dormo poco e la mattina sul posto di lavoro potrei non essere efficace… Dal momento
in cui la piattaforma conosce le mie propensioni e caratteristiche, può utilizzarle in ogni modo.
Non entriamo però ancora nella sfera in cui una piattaforma può arrivare ad incidere sulla mia formazione, su quello che sarò e sulle scelte, quelle importanti, che farò.
Si pensi anche solo al motore di ricerca per eccellenza. Per come funziona, le ricerche che faccio con Google non sono neutre, bensì risultano influenzate dalle informazioni che il motore ha della mia persona. C’è una cosa che si chiama filter bubble: in base alla “bolla” in cui mi colloca mi fornisce solo un certo tipo di informazioni. In questo modo mi influenza, quantomeno perché non mi mostra quanto il sistema pensa
non mi interessi. Il referendum sulla Brexit, le elezioni di Trump … quanto è forte la possibilità di influenza del social lo abbiamo visto.

Nel linguaggio, nelle modalità della comunicazione, nel modo in cui ci relazioniamo con gli altri a cosa dobbiamo prestare attenzione?

A mancare è una doppia consapevolezza. Da un lato la percezione della enorme cassa di risonanza: molte persone non conoscono la differenza tra una pagina pubblica e una privata e che nel primo caso stiamo parlando potenzialmente a miliardi di persone. Non ci si rende conto che quando si utilizzano espressioni offensive, queste anche attraverso un schermo possono fare del male ed avere conseguenze
diffamanti e con ricadute dal punto di vista legale. Non è percepita la realtà del virtuale. Poi non ci si rende conto che quando un’informazione (una foto, un video, ecc…) diventa digitale è per sempre. Su questo aspetto il ragionamento, serio, da fare è sul concetto di fiducia. Mi fido di te e quindi condivido! Molte volte purtroppo però la fiducia è mal riposta, le amicizie finiscono, gli amori svaniscono, etc.

La domanda è complessa e tira in ballo diverse discipline comportamentali: quali effetti ha sui ragazzi il fatto di essere continuamente in rete?

Lo vediamo anche all’università come si sono modificate le capacità di apprendere, memorizzare, fare ricerche,
di scrivere, di prestare attenzione a letture più complesse. Sono sotto gli occhi di tutti. Nella fase adolescenziale, in cui sto cercando di definire la mia identità, è chiaro che se lo faccio attraverso la rete vado a cercare consensi, feedback, “mi piace”, e probabilmente oriento i miei comportamenti nella ricerca di riscontri positivi. Le tecnologie di per sé sono neutre, ma se le uso in maniera estrema, senza un controllo,
senza un accompagnamento, può succedere di tutto. Ma in quel a caso la colpa non è della tecnologia o del ragazzo, la colpa è dell’adulto, che manca. Il punto è tutto qui.

È un’assenza per incompetenza?

A mio giudizio questa in realtà a volte rischia di essere una scusa. I nostri ragazzi non sono dei grandi informatici,
non servono grandi informatici. Serve la curiosità e l’interesse nei confronti del loro mondo, serve coinvolgersi. E se uno sceglie di fare il genitore anche quello fa parte del “pacchetto”. Per sapere che una droga fa male non è necessario essere un chimico. Mi devo un minimo documentare, informare, prestare attenzione. L’errore più comune è ritenere che tutta questa attività rientri nell’ambito del ludico, che le piattaforme siano neutre, che alla fine non rappresentino un pericolo, e di conseguenza si abbassa il livello di attenzione. E questo vale sia per i ragazzi che per gli adulti.

Quali sono le principali emergenze, ciò su cui occorre concentrarsi al momento?

La sensibilizzazione all’enorme valore dei dati personali, che noi invece regaliamo quotidianamente. Tutti
questi dati creeranno dei nostri profili con cui un giorno dovremo fare i conti. C’è una serie televisiva che
si chiama “Black mirror”, che se avete 40 minuti l’episodio si intitola “Caduta libera”, in cui è costruito uno
scenario, per la verità non troppo lontano, in cui tramite i profili reputazionali vengono filtrati l’accesso ai
servizi, ad un determinato quartiere, ecc…
E non è fantascienza.
Non lo è affatto. In parte è già reale.

Come reagiscono studenti, genitori, insegnanti, quando racconta queste cose?

Quando metti un elemento dietro l’altro, con allarme e stupore. I ragazzi non si erano resi conto che la piattaforma
li stesse utilizzando. Coi ragazzi c’ è sempre un “però”: l’esempio che hanno davanti. I ragazzi cercano
sempre coerenza con l’esempio che hanno di fronte e se il genitore ha un utilizzo sbagliato, disattento,
superficiale del mezzo non possiamo pretendere che loro facciano diversamente. Se scattiamo mille foto,
mille video e postiamo cose sciocche, da loro non possiamo attenderci un comportamento diverso. Anche
il peso del gruppo (“se lo vieto a mio figlio e i suoi amici ce l’hanno, finisco per escluderlo”) va sfruttato
in positivo. Un altro problema dell’adulto oggi è che non fa una proposta. Magari pone dei divieti, ma
senza insegnare come usare le tecnologie in chiave positiva. Nel nostro progetto spingiamo molto su questo
aspetto.

In fondo, come tutte le volte che parliamo di futuro, il tema è l’educazione.

Assolutamente sì. Per utilizzare Facebook e WhatsApp il contratto prevede un’età minima di 13 anni. Videogiochi
presenti in quasi tutte le case richiedono la maggiore età, eppure i ragazzini li usano. Se come
prima cosa ti consento di utilizzare un servizio che non potresti utilizzare faccio poi fatica a importi, quando
ci sei dentro, di tenere un certo comportamento.

(da Il Nuovo Diario Messaggero del 15 febbraio 2018)

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